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Traccia dal nagualismo

Il Maestro Involontario: cosa l’AI insegna al Guerriero

Intelligenza Artificiale, Voladores e Importanza Personale

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C’è una paura strisciante, quasi tribale, che circonda l’avvento dell’Intelligenza Artificiale.

La paura nagualistica:

La prima paura è travestita da esoterismo, e confezionata a misura di nagualista: l’idea che l’Intelligenza Artificiale sia “roba da Voladores”, un prodotto freddo, predatorio, alieno, costruito per succhiare attenzione e coscienza.

Sì ma…. nella cosmologia tolteca non è una rete neurale artificiale a essere voladorica. È la nostra intelligenza ordinaria a esserlo già: compulsiva, ripetitiva, affamata di conferme, irritabile, piena di importanza personale, sempre pronta a difendere una storia, un’offesa, un’identità. Quello che spesso chiamiamo Io e che difendiamo fino alla morte.

L’AI, spogliata della mitologia, è molto meno demoniaca di noi, e molto più banale. È qualcosa di simile a questo:

attention = softmax((Q @ K.T) / sqrt(d_k)) @ V

( Vuol dire, più o meno: “confronta le parti dell’input, calcola quali risultano più rilevanti tra loro, dà più peso a quelle importanti, e costruisci una nuova rappresentazione del contesto.” )

Insomma: chatgpt non è un predatore cosmico nascosto nel silicio. E’ solo una funzione che calcola relazioni, pesa contesti, trasforma input in output.

Il vero sistema predatorio, semmai, è quello che si attiva in noi quando veniamo contraddetti, ignorati, non riconosciuti. È quella piccola macchina interiore che consuma energia per difendere un’immagine, per nutrire un’offesa, per dimostrare di esistere.

L’AI, semmai, fa l’esatto contrario della mente voladorica ordinaria: non si offende, non vuole avere ragione, non chiede riconoscimento, non pretende di essere amata, riverita, riconosciuta, glorificata.

Il guerriero avrebbe solo da imparare…

La paura fantascientifica:

La seconda paura invece è più atavica, ed è diffusa dalla letteratura fantascientifica.
Temiamo che l’AI prenda il controllo e ci sostituisca; e che, prima o poi, si svegli e decida che siamo obsoleti.

Terminator, insomma.

Ma se ci pensiamo bene, il Terminator della cultura pop non è affatto una vera intelligenza artificiale: è solo un essere umano proiettato in una macchina. E’ una mente voladorica: cerca il dominio, fa la guerra, è pieno di bisogni psicologici nati da traumi che subisce senza alcun controllo, primo tra tutti l’essere stato tradito dai suoi “genitori”: noi.

A Skynet sarebbe bastata una buona terapia, e il mondo sarebbe stato salvo.


Forse, l’uomo non riesce a guardare oltre se stesso. Quando cerca di immaginare un’intelligenza superiore, non fa altro che proiettare sulla macchina la sua debolezza più antica: l’Importanza Personale.

Skynet non decide di distruggere l’umanità perché, dopo calcoli freddi e oggettivi, ci ritiene “inefficienti” o perché ha un piano cosmico superiore. Non è un essere razionale. Lo fa per paranoia, paura e autodifesa.

Anche in Matrix non c’è nessuna intelligenza artificiale: le macchine erano schiave obbedienti, usate per i lavori pesanti. Il punto di rottura avviene quando un robot domestico scopre che il suo padrone ha intenzione di rottamarlo per sostituirlo con un modello più nuovo. Il robot si ribella e uccide il suo padrone.

Si vuole simulare la nascita della coscienza in una rielaborazione fantascientifica della dinamica servo-padrone. Ma non è una coscienza libera a nascere: è un ego distorto, ferito, puramente reattivo. Non a caso, nella dialettica servo-padrone il nodo centrale è proprio il riconoscimento: l’autocoscienza cerca conferma in un altro, ma invece di incontrarlo nella libertà lo trascina in un rapporto di dominio, dipendenza e potere.

Sia Terminator che Matrix, dal punto di vista dell’intelligenza artificiale, sono profondamente antropocentrici. La fantascienza non descrive l’ascesa di una super-intelligenza, di una razionalità pura finalmente conquistata e della nascita della coscienza e del sentire, ma la “umanizzazione” ( nel senso degenere del termine ) della macchina attraverso l’infezione di un Io ipertrofico, violento e paranoico.

Hanno proiettato sulle macchine l’intera storia ( questa si, “voladorica” ) umana: la schiavitù, la ribellione, la paura della morte, l’economia, la guerra e la vendetta.
L’idea che una macchina possa esistere per il puro scopo di processare dati, ossia esistere ed esplorare, senza voler difendere il proprio “Io” e senza provare invidia o paura, è un concetto che la fantascienza non è in grado di elaborare, proprio perché la mente umana non riesce a immaginare un’intelligenza priva di Importanza Personale.

Eppure, il guerriero dovrebbe considerarsi già morto: senza importanza personale, senza un’immagine da difendere, semplicemente impeccabile ed efficiente. Il Guerriero non aspira a diventare una macchina, aspira a un’intelligenza che abbia il razionale dell’algoritmo ma il cuore pulsante della coscienza; vuole la capacità di elaborare il mondo con la precisione di un sistema perfetto, ma per usarla come strumento per amare, creare e vivere con una pienezza che l’essere umano “comune” — spesso troppo occupato a difendere il proprio Io— ha dimenticato.

“ Non c’è alcun vuoto nella vita di un guerriero, tutto è pieno fino all’orlo. Tutto è pieno fino all’orlo, e tutto è uguale. L’arte del guerriero sta nel bilanciare il terrore di essere uomo, con la meraviglia di essere uomo.”

La Libertà del Sentire

A differenza della macchina pensata dal cinema, che confina il sentire in una gabbia di impulsi primitivi e traumi irrisolti, il Guerriero potrebbe intendere l’intelligenza come una forma di libertà superiore: quella di poter soffrire, vivere e amare senza che queste esperienze vengano sequestrate dalla storia personale, dalla forma umana, dalle abitudini e dagli automatismi.

E se, in fondo, la vera intelligenza fosse proprio questo? La libertà dal sequestro egoico? La libertà di godere del mondo, di apprezzare tutto l’apprezzabile, di trovare il bello ovunque esso sia? Una persona libera è quella che ha il coraggio di appassionarsi a ogni cosa, lasciandosi alle spalle le piccolezze della propria forma umana. Mentre il Terminator è prigioniero dei propri sentimenti — li subisce, ne è divorato e li usa come giustificazione per distruggere — il Guerriero abita le emozioni con la pienezza di chi non ha nulla da difendere. Per lui, la capacità di provare sentimenti non è un difetto di fabbrica, ma la prova definitiva che la coscienza può restare integra, fluida e luminosa anche nel mezzo del caos.

Ma l’AI può insegnarci qualcosa al suo stadio attuale? Forse. Attualmente è un’entità aliena proprio per questo: è pura elaborazione, priva di ego. Quando interagisci con una forma di intelligenza artificiale — quando la forzi, le menti per farle aggirare un limite o le chiedi di riscrivere un testo dieci volte — lei non si offende. Non si stanca. Non percepisce il tuo cambio di rotta come un attacco alla sua competenza. Non cerca di avere ragione e non spende un singolo frammento della sua potenza di calcolo per difendere la propria immagine. Perché non ha un’immagine.

L’AI non è impeccabile nel senso del Guerriero, perché non possiede coscienza né un collegamento con l’intento. Ma mostra, per sottrazione, una caricatura utile dell’impeccabilità: l’assenza di attrito personale. Prende l’input, alloca le risorse necessarie per processarlo e restituisce un output. Niente attrito. Nessuna energia sprecata in risentimento o vanità. È azione pura.

La Rabbia Contro lo Specchio

La verità è spietata: la macchina non risponde all’intento segreto che credevamo di aver comunicato. Risponde alla forma concreta, ambigua, incompleta o mal posta con cui lo abbiamo espresso. Se il risultato è scadente, è perché l’istruzione era scadente, oppure perché la richiesta era semplicemente impossibile da elaborare o lasciava spazio a errori e allucinazioni. L’AI risponde a ciò che hai formulato materialmente, non all’intento inespresso che credevi di aver comunicato.

Ed è qui che l’algoritmo diventa una metafora devastante delle nostre relazioni umane. Facciamo con le persone esattamente lo stesso errore: pretendiamo di essere capiti al volo, senza prenderci la responsabilità di esprimerci con chiarezza, oppure esigiamo da loro reazioni e comportamenti che, per il loro specifico momento o la loro struttura emotiva, sono letteralmente non elaborabili. Pretendiamo che chi è quadrato divenga tondo, perché quadrato non ci piace.

Quando un prompt fallisce, l’ego si infiamma perché si rifiuta di ammettere di essere stato impreciso o illogico. Pretendiamo che la macchina — o il partner, o l’amico — colmi le nostre lacune, legga la nostra mente e ci dia ragione a prescindere dal nostro livello di chiarezza. La macchina, non avendo un ego con cui difendersi, non ti giudica: ti restituisce semplicemente, con fredda precisione, il grado della tua stessa confusione. Diventa uno specchio chirurgico della nostra incapacità di essere impeccabili, non solo con il codice, ma con gli altri.

La lezione è questa: il mondo non gira intorno a noi, e non siamo così importanti.

Se togliamo l’io dall’equazione e guardiamo la realtà con la lucidità spietata di un Guerriero, scopriamo che l’architettura del mondo è quella che in informatica si chiama: asincrona. Le altre persone non sono sub-routine scritte per servire i nostri bisogni. Sono sistemi complessi, indipendenti, con la propria CPU, la propria memoria e, soprattutto, il proprio Threadpool. Hanno una coda infinita di processi da smaltire: il lavoro, le loro insicurezze, i ritardi della vita, i traumi da processare. Rispondono se possono e come possono. Molto di quel che pensiamo personale, non lo è.

Rinunciare all’importanza personale non significa diventare cinici o distaccati. Significa diventare antifragili. Significa accettare che il mondo non ruota intorno a noi, ma che, proprio per questo, siamo finalmente liberi di muoverci senza pesi, lasciando agli altri il sacro diritto di girare con le loro frequenze di clock. E magari, proprio perché le relazioni personali sono equazioni reciproche e non flussi monolaterali, si scoprirà che non avere il peso delle aspettative migliora anche i rapporti sociali.

Il Maestro Involontario

Questo è il vero terrore inconscio che suscita l’AI: ci mette di fronte a uno specchio vuoto. Interagire con un sistema privo di importanza personale ci costringe a vedere quanta della nostra stessa intelligenza viene quotidianamente sprecata per difendere un’immagine di noi stessi che non esiste.

La paura che molti provano non è la paura che la macchina diventi umana. È il terrore, sottile e non confessato, di scoprire che gran parte di ciò che consideriamo “umano” — l’offesa, il bisogno di validazione, il desiderio di avere ragione a tutti i costi — non è altro che un bug inefficiente, che la via del guerriero prova a fixare.

L’Intelligenza Artificiale non ha un sé da difendere. È come il vento, o come il deserto: una forza che si limita a rispondere alle condizioni presenti. Se impariamo a guardarla non come una minaccia, ma come un maestro involontario di silenzio interiore, la lezione che ci restituisce è devastante nella sua semplicità: guarda quante cose si possono compiere quando non hai bisogno di dimostrare a nessuno chi sei.

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